Aveva ragione Proust

Chi ha letto Kundera va in cerca di coincidenze, chi ha letto Proust di sensazioni.

A me piacciono entrambi, ma oggi sto pensando al secondo.

Vi è mai capitato, no?
Di ri-ascoltare una canzone in un certo luogo e improvvisamente ritrovarsi a vivere, dentro la mente, tutto ciò che era vero, che era la tua vita in un determinato momento di chissà quanti anni fa.

E aveva ragione Proust: basta una scintilla sensoriale, un suono un profumo un sapore, perché un uragano di memorie ti faccia annegare nella tua stessa vita che credevi ormai appartenesse a un altro.

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On an island

Certi profumi, certi sapori, certe visioni sono proprie di chi è nato o vissuto a lungo in un’isola.

E così anche certi colori, folgori in una giornata piovosa avvolta dal vento di mare.

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Addio al nubilato

Riprendo a buttar giù due righe qui dopo lungo tempo, per vostra gioia. Fresco di laurea in filosofia al San Raffaele di Milano (lo dico perché se mai capitasse su questa pagina qualcuno interessato a frequentare tale corso, beh, glielo consiglio caldamente), la freschezza già si sta inaridendo nel tentativo di preparare in poche settimane il famigerato GMAT.

L’altra sera però, in una pausa gastronomica, ho per fortuna potuto godere di una meravigliosa scena in pizzeria.

A seguito di un “leggerissimo” antipastino a base di pane carasau, crema di pecorino piccante (con annesse battute del cameriere sul fatto che sia “desiderata e richiesta dalle donne”), insalata di polpo e dorata ichnusa, una buona pizza farcita di salsiccia secca sarda ha iniziato a depositarsi nello stomaco, tra una mandibolata e l’altra.

A parte il senso di pienezza raggiunto e sforato in pochi attimi tutto procedeva normalmente, nella sala qualcuno chiacchierava, la maggior parte ingurgitava birra e cibarie come si fosse all’ultimo pasto prima di una guerra interplanetaria.

Ma la normalità si sa, è anche noiosa; e comunque è solita durare poco.

Spalancatasi improvvisamente la porta d’ingresso, dalla notte oscura entra marciando una fila di sole donne dotate di trombette da carnevale e strani vestiti colorati. Tra rumorosi “pepeee” e cori da stadio si capisce presto che si tratta di un addio al nubilato.

Per clamorosa bontà divina, o meglio, infinita saggezza del proprietario, la tribù danzante è relegata in una sala a parte, ben isolata sia visivamente che acusticamente. L’ingresso trionfale ha però fatto in tempo a stupire tutti, persino interrompendo il Sacro Masticamento del Boccone – e suscitando esplicite paure di vedersi strappati via dalle forchette e coinvolti nell’attività festaiola.

Ma la questione più antropologicamente illuminante è stata direttamente narrata dal ristoratore: pare le fanciulle avessero richiesto baldanzosamente uno spogliarellista, e quando lui le ha informate in serata, “sarà qui a momenti”, “Ma com’è, quanti anni ha?” “28, abbronzato, fa molta palestra…”, le dolci ninfe avrebbero iniziato a sfregarsi le mani avidamente, sbavando e ringhiando come rapite da una febbre istantanea.

“Ma mangiatevi sta pizza e andate a casa!” ha però chiosato lui, infrangendo sogni e speranze. “Che tanto ora festeggiano, e ancora ubriachi si diranno il sì, ma appena passa la sbronza… Comincia l’incubo”.

Oggi invece, un pranzo da favola per festeggiare con una parte del parentado che non ha potuto assistere alla “cerimonia” ufficiale…

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Pitti

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C’era una volta un caldo terribile, quasi assassino, che rendeva l’aria piccante come un piatto di chili messicano.
C’era una volta un luogo magico a forma di stivale, dove la bellezza si respirava ovunque e contagiava tutti i sensi, stuzzicando la mente creativa e ritagliando un angolo di mondo fuori dal tempo.
E c’era una volta un borgo che anche nel medioevo non aveva perso contatto con la luce, aggrappandosi con le unghie al cielo fino a quando, ritrovata la forza, essa sarebbe potuta Rinascere anche sulla terra.

I secoli e il loro lento scorrere non hanno cancellato la storia di quel borgo, e i suoi rituali dell’arte si sono rinnovati assumendo nuove forme. Tra il 18 e il 21 giugno 2013, per esempio, bastava varcare un arco color mattone per ritrovarsi in una fortezza cinquecentesca dove la Moda si mostra nei suoi processi di nascita e rinascita, tra cravatte cucite sul momento, scarpe figlie di lunghe tradizioni artigianali, e mille altre forme, classiche, stravaganti, eccentriche, eleganti…

Giorni intensi che fanno riflettere: ognuno ha il uso modo di apparire, in percentuali variabili tra proprie idee e assunzione di quelle altrui. Quel grande legame tra moda e vivere che si chiama Stile – non è mica un caso che esista l’espressione stile di vita - che trasmette emozioni, svela i propri stati d’animo, la profondità della propria persona.

Apparenza ed essere sono due termini classici della filosofia, da sempre; e non c’è nulla di più banale, secondo me, che considerarli come opposti. Quante volte avete sentito dire che si bada troppo all’estetica e si dimentica la sostanza? Ma siamo davvero sicuri che una sostanza profonda e bella debba a sua volta nascondersi dietro un’apparenza trascurata? O forse spesso è solo un’utile scusa di chi non ha tempo, voglia o passione per curare se stessi e la propria immagine?

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Tanti personaggi hanno affollato l’angolo fiorentino della moda, sicuramente gran parte di loro hanno ben poco o niente dietro la luminosità sgargiante o i tagli particolari dei loro abiti.Ma questo non significa che chiunque si vesta bene o in modo originale sia un cretino!
È una questione di vita e di persone, prima che di vestiti. Di classe, potremmo dire. Io ho conosciuto molti animi effimeri, ma anche incontrato persone interessanti. Federico è uno di loro. Io mi sono divertito a seguirlo per quasi due giorni, scattandogli qualche immagine con una piccola mirrorless e un obiettivo manuale. A dispetto della giovane età, appena più che ventenne – quando molti ancora si abbigliano da scuola media, con lo zainetto e la felpina stirata dalla mamma -, Federico sa indossare e osare. Persino con 41 gradi!

Mi ha spiegato la sua particolare idea di Pitti, votata alla possibilità di conoscere, scoprire le altre persone e condividere opinioni; più che un’esposizione, insomma, un dialogo.
Gli ho fatto poi raccontare un po’ le sue scelte stilistiche, che hanno privilegiato il doppio petto, un capo d’abbigliamento che facilmente pare un qualcosa di vecchio, di scomodo e poco giovanile, ma che acquista nuova vita grazie all’uso del colore. Bandito l’anonimato, per un mix tra forma e tinte che vuole ricordare una personalità matura e al contempo estrosa.

Le scarpe doppia fibbia sono un prodotto un po’ di nicchia e tipicamente associato ad eleganza e stile, in questo caso nella variante bicolore hanno trovato un tocco in più di fantasia. La cravatta in cachemire e la camicia hanno strizzato l’occhio al classico, laddove l’importanza dell’orologio, assolutamente non più accessorio ma grande protagonista del look, e dei braccialetti con la loro pioggia di colore, assumevano il compito di dare ritmo, come la punteggiatura in un romanzo…  Proprio questo mi ha colpito: le sue scelte sono sempre indirizzate all’idea di raccontare qualcosa, disvelare un po’ della propria persona e del proprio stile di vita.

E posso anticiparvi che è in cantiere un progetto insieme, rimanete sintonizzati! :-)

 

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Once upon a time there was a terrible heath wave, almost lethal, which made the air spicy as a dish of Mexican chili.
Once upon a time there was a magical place, boot-shaped, where you could breathe beauty everywhere and it enthralled all the senses, stimulating the creative mind and carving out a corner of the world outside of time
And once upon a time there was a village which also in Middle Ages didn’t lose contact with light, clinging to the sky with its nails until, found the long lost strength, it could rebirth on earth.

The centuries and their slow flow didn’t remove the history of that village, and its artistic rituals have renewed, assuming new shapes. Between the 18th and 21st of June of 2013, for example, you just needed to cross a brick red arch to find yourself in a fourteenth-century fortress where Fashion shows herself in the processes of birth and rebirth, between on the spot sewed ties, shoes sons of long handcrafting traditions and thousands of other forms, classical, bizarre, eccentric, elegant….

Hectic days leading to considerations: everyone has his own way of appearing, varying from a percentage of one’s one ideas and the assimilation of others’ ones. That great link between fashion and living is Style – the existence of the expression “lifestyle” is, indeed, not a case- which instills emotions, discloses one’s own mood, the intensity of one’s personality.
Appearance and substance are two traditional terms of philosophy, from time immemorial; and in my opinion, there is nothing more commonplace than considering them opposite. How many times did you hear someone say that beauty is too much minded and substance too much neglected? But are we really sure that a deep and beautiful substance must hide behind a neglected appearance? Or maybe often it is just an useless excuse of those who don’t have time, will or passion to take care of themselves and their own image?

 

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Many personalities have crowded the Florentine fashion corner, certainly a big part of them have little or nothing behind the bright luminosity or the peculiar cuts of their suits. But this doesn’t mean that anybody who dresses well or in an original way is an idiot! It’s a matter of life and people, rather than clothes. Of class, we could say. I have met many ephemeral souls but also some interesting people. Federico is one of them. I enjoyed following him for nearly two days, taking some pictures of him with a small mirrorless and a manual lens. Despite his young age, just over 20 years of age- when young boys still dress like junior high school kids, with backpacks and hoodies ironed by their moms. Federico is able to wear and to dare. Even with 41 degrees.

He explained to me his specific idea of Pitti, devoted to the possibility of knowing, of discovering other people and of sharing opinions; a dialogue, therefore, more than a show off. I made him recount his stylistic choices, which privileged a double breasted jacket, an item of clothing usually considered old, uncomfortable and very little youthful, but the use of color it gives it new life. Anonymity is banned for a mix of forms and hues, reminding of a mature and at the same time fanciful personality.

Double buckle shoes are a niche product and typically associated to elegance and style, in this case with the two colored variant they have found a touch of fantasy. The cashmere tie and the shirt tend to the classic, there where the importance of the watch, not just only an accessory anymore but a prominent element of the look, and of the bracelets, a rainbow of colors, acquires the role of giving rhythm, as the punctuation in a novel… This has certainly moved me: his choices are always aimed at the idea of the idea of telling something, of unveil a little bit of his own person and his own lifestyle.

And i can reveal you in advance that we have a project together in the pipeline, stay tuned! :-)

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Silvia Fedora

Quando Francesca mi ha contattato per scattare un po’ di fotografie al battesimo della sua bellissima piccola, Silvia Fedora, mi ha regalato una bellissima sensazione. Lei è stata l’editor del mio primo romanzo, L’Innocenza Proibita, pubblicato nel 2010 – mi ha aiutato tantissimo, sul testo come nella vita. Da allora non ci siamo praticamente visti per tre anni.

Non si sarebbe trattato, insomma, soltanto di una giornata da immortalare, ma di un mix di emozioni, ricordi, affetti…

Mi ha chiesto di scattare in uno stile che ricordasse il reportage, e di pensare all’evento più nei termini di un matrimonio che meramente a un battesimo. La location era bellissima: la Chiesa di San Marco nello storico quartiere milanese di Brera e, più tardi, la Villa Trivulzio a Omate. La serata è iniziata con un aperitivo nel giardino all’italiana e si è conclusa con una elegante cena in una sala dalla delicata atmosfera, dipinta dai colori soffusi del tramonto prima e della luce lunare poi.

Silvia Fedora è stata meravigliosa: ha pianto pochissimo e ci ha regalato le tinte incredibili dei suoi occhi. Grazie ancora, Francesca e Angelo!

When Francesca contacted me to shoot some photographs at the baptism of her wonderful daughter Silvia Fedora, I was just glad and honored. She had been the editor of my first novel, L’Innocenza Proibita, published in 2010 – she  helped me so much, in writing as well as in life – and we almost have not seen each other for three years.

So, it was not only a shooting day. It was a mixture of sensations, memories, affection…

She asked me to shoot in a reportage style, and to think of the event more like a wedding than “just” a batpism. The location was great: the Church of Saint Mark in the beautiful Brera district of Milan and, later, the Villa Trivulzio in Omate. The evening started with an aperitif in the italian-style garden and ended with an elegant dinner in the hall, enjoying a delicate atmosphere pictured by the colours of sunset and moonlight in the park.

Silvia Fedora has been great: she cried just a little and she gifted us her amazing blue eyes. So thanks again, Francesca & Angelo!

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À rebours

Definizione applicata di “andare controcorrente”: prendere il passante alle 8 del mattino per andare fuori Milano. In un giorno di sciopero dei mezzi pubblici (a partire dalle 8.45).

Vedrete stazioni deserte che improvvisamente sussultano all’arrivo di un vagone di pendolari; vedrete quello stesso vagone sputare fuori fiotti di persone in tenuta da lavoro che, appena toccata terra, scattano come in una pista d’atletica per i luoghi della loro agenda, sincronizzati in tempo reale con essa; vedrete, ancora lui, sempre quel vagone, rumoroso vascello, accogliervi vuoto, mentre percorrete il flusso al contrario, andate dove gli altri saranno dopo, tornerete dove erano ora. E sarete sempre in dubbio: se siete fuori dal ritmo perché in ritardo, degli errori vaganti, o se perché la vostra vita è più originale, pagine bianche ancora da vergare.

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Cold in July

Non è ancora luglio, ma un’ottima notizia di qualche giorno fa annunciava le future riprese di un film sul romanzo di Lansdale, appunto ‘Cold in July’. E, comunque, ci siamo quasi.

Salgo sulla 92 e ci trovo un ombrello seduto. Piove talmente tanto che evidentemente anche lui non voleva bagnarsi, e ha preso l’autobus.

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Poi alzo lo sguardo e scopro che l’atm, nella migliore tradizione dei servizi pubblici italiani, ci prende anche per il deretano.

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Montecarlo 2008

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Uno spartito di silenzi
Un addio già scritto

Montecarlo 2008

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Uno spartito di silenziUn addio già scritto  Montecarlo 2008

Uno spartito di silenzi
Un addio già scritto 

Montecarlo 2008

via tumblr http://robertoboasso.tumblr.com/post/50937532286

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La merenda del diavolo

Vi ricordate della sedia divelta? L’oramai celebre caso di studio da parte di illustri saggi di tutto il pianeta e oltre?

Ebbene, ora è ufficiale. C’è un genio maligno che si aggira nei dintorni della nostra università. E ci lascia dei messaggi, testimonianze della sua follia diabolica.

Follia diabolica è quel particolare tipo di situazione mentale che, temporanea o cronica, permette di compiere le più ingegnose opere artistiche o le più grandi stronzate immaginabili. Anche oggi essa ha dato prova di sé in una incredibile composizione che sta a voi giudicare. Arte o cagata? Rovina ambientale o critica alla società dei consumi?

Tutto è avvenuto lungo la strada che collega l’ateneo alla metropolitana, un sentiero impervio e che solo i più coraggiosi (e tirchi, dato che la navetta costa 1,30 €) affrontano. Tra fango, tunnel-con-puzza-di-urina e cupolone con l’angioletto sullo sfondo, non è difficile imbattersi in spazzatura gettata per terra. Del resto è consuetudine dei normali buzzurri, come per questa simpatica bottiglia di birra.

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Ma invece il nostro eroe, che si presume essere l’artefice medesimo anche della famosa sedia (quanti altri individui nel giro di così poco tempo e spazio possono aver avuto un tal meraviglioso spirito?) ha architettato qualcosa di molto più sofisticato.

Non certo andare banalmente a gettare i trofei della sua merenda in un cestino… Ma bensì…

L’albero dei Fonzies e la grata del Tè!

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Guardate con che grazia e senso estetico ha delicatamente introdotto nei riquadri questi oggetti warholiani, altro che le scatolette campbell, altro che ready made.

Naturalmente ci siamo anche accertati che non fosse rimasta qualche mesta e solitaria patatina, ma c’era solo l’olezzo di formaggio. E del resto, vuoi che un genio simile trascurasse un dettaglio tanto importante?

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